Donna e non vittima – Giornata contro la violenza di genere

25 Novembre giornata mondiale contro la violenza di genere.

Il Femminicidio, piaga trasversale che non si differenzia per età, ceto sociale né colore della pelle, è in aumento nel nostro Paese con un ritmo spaventoso di un omicidio ogni tre giorni, mentre sono 88 le donne che ogni giorno subiscono qualsiasi genere di violenza. Molte di loro provano a chiedere aiuto ma non riescono ad entrare nel sistema di protezione, che si basa principalmente sui “CAV”, Centri Anti-Violenza, e sulle Associazioni costituite da volontarie dedite alla causa, donne che aiutano altre donne. I Centri Anti-Violenza sovente non ricevono adeguati finanziamenti e perciò sono carenti di personale qualificato. Per questa ragione anche queste strutture spesso si reggono sul lavoro di volontari, che, pur per giusta causa, non hanno la formazione profonda necessaria e la consapevolezza del rischio.

Sin da subito è fondamentale sapere riconoscere e far riconoscere che la patologia maschile non è frutto né di problemi di coppia né di stress, ma è un problema di discriminazione. Ricordiamo inoltre che in questa terribile violenza sono coinvolti, là dove presenti, anche i figli, per questa ragione lo Stato Italiano con l’approvazione del “Codice Rosso” (Legge 69/2019) ha riconosciuto i minori come “vittime” e dunque necessitanti di specifiche tutele. Non solo le donne, pertanto, ma anche i loro figli, sono costretti a cambiare vita e a rivolgersi ai Centri Anti-Violenza.

In comune, le storie di violenza di genere hanno la paura di trasgredire al ruolo sociale che è stato loro imposto: di mogli, madri e figlie. La denuncia della violenza è vista come rottura di un assetto costituito. Per questa ragione molte donne sono portate a tacere e a convivere con il senso di colpa, piuttosto che denunciare una violenza, coerentemente con la logica repressiva della società patriarcale, su cui da millenni la società poggia le proprie basi. Il contesto istituzionale cambia il focus ma non il risultato finale: non si indaga più il comportamento dell’uomo ma cosa ha portato l’uomo a comportarsi in un determinato modo, quale parola, quale vestito ha fatto sì che la violenza dell’uomo scaturisse. E quindi di conseguenza ci si chiede cosa ha fatto la donna, in un circolo di colpevolizzazione che continua tutt’oggi.

di Virginia Romagnoli

I dati Istat inoltre riportano che il momento in cui una donna è maggiormente sottoposta al pericolo di subire violenza è quando tenta di chiedere la separazione dal proprio compagno o marito. Questo preciso dato risulta importante perché è proprio quando dinanzi alle istituzioni si suggella la libertà di quella donna, e quindi l’emancipazione definitiva dall’uomo – troppo spesso padrone.

Esistono ancora vecchi stereotipi che rendono più difficile il cambiamento: spesso anche i media utilizzano un linguaggio sbagliato, specchio della coscienza popolare, fatta da vicini, amici e conoscenti che tendono a vittimizzare i colpevoli e colpevolizzare la vittima, cercando infinite scusanti (“era depresso”, “aveva perso il lavoro”, “era geloso”, “anche lei lo provocava”, “avevano litigato”, “lei lo voleva lasciare”, ecc.) e mai opponendosi in modo deciso all’atto violento, che invece viene giustificato. Il primo passo da fare per invertire questo senso dovrebbe essere quello di interrogarsi sull’estrema fragilità dell’uomo-aguzzino, il quale incapace di affrontare e superare i problemi della sua esistenza, ineducato al rispetto e alla comunicazione, finisce col rispondere con la violenza.

Non è facile ribaltare questi luoghi comuni, e la responsabilità di quanto avviene non è da assegnare a unico colpevole ma da dividere tra Istituzioni, scuole, giornalisti e giornaliste, fino a ciascuno di noi. Il primo segnale di cambiamento dovrebbe partire proprio dagli stessi uomini, perché si insegna alle figlie a non farsi stuprare ma non ai figli a non farlo. Oggi 25 Novembre non ricordiamo solamente le donne che hanno subito violenza di genere ma riflettiamo sulla società patriarcale che le uccide, le violenta, le picchia e le perseguita.

Noi dell’Associazione di Promozione Sociale “EduchiamoCi” crediamo che il linguaggio abbia un ruolo centrale nel cambiamento culturale necessario per avere uno sguardo diverso sul fenomeno della violenza di genere. Oggi non parliamo di VITTIME ma di DONNE, in stato di temporaneo disagio. Il termine vittima infatti stigmatizza il ruolo della donna non considerando invece la sua forza e il faticoso percorso di rinascita.